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Diana Aricina e il Rex Nemorensis
Diana, divinità latina il cui nome è legato alla luce (Dia), era venerata a Nemi nel suo triplice aspetto di dea della caccia e dei boschi (Diana-Artemide), dea degli inferi (Ecate) e protettrice dei parti (Lucina).
Il suo simulacro era infatti tricorpore, come mostrano una moneta di età repubblicana che lo rappresenta e quanto resta di un gruppo statuario marmoreo del I sec. d.C. conservato al Museo Nazionale Romano.
La figura della Diana aricina o nemorense è una delle più complesse della mitologia antica, così come complesso e cruento era il suo culto ed il rituale ad esso connesso.
Gli stessi antichi ne avevano probabilmente perso memoria dell'origine, al punto da dover ricorrere a una provenienza greca.
Sarebbe stato Oreste, figlio di Agamennone e Clitennestra, che, dopo aver ucciso la madre ed il suo amante Egisto ed essere fuggito nella Tauride, avendo ritrovato qui la sorella Ifigenia, divenuta nel frattempo sacerdotessa di Artemide Taurica, ne avrebbe rubato il simulacro e, dopo aver ucciso anche Toante, re del Chersoneso Taurico (attuale Crimea) sarebbe venuto esule in Italia, fermandosi a Siracusa, dove avrebbe dedicato un tempio ad Artemide, purificandosi a Reggio e giungendo infine ad Ariccia.
Lui avrebbe quindi portato sulle rive del lago nemorense l'Artemide Taurica e il suo sanguinoso culto, che esigeva il sacrificio degli stranieri sul suo altare.
Suo sacerdote era il Rex Nemore,isis, uno schiavo fuggitivo, che succedeva al suo predecessore dopo averlo ucciso in duello. avendo colto un ramo di vischio da un albero di quercia (Strabone. Geografia, V. I 2. Pausania, Descrizione II, 27, 4).
Proprio questo elemento vegetale (il ramo di vischio che ingiallendo diventa d'oro) ha ispirato il titolo dell'opera di J. Frazer.
"Il ramo d'oro", che, partendo da questo simbolo della regalità sacerdotale. spiega tale successione cruenta con la necessità che il re-sacerdote, personificazione della natura boschiva e della fertilità, non invecchiasse mai, né si ammalasse. che tosse quindi sempre nel pieno delle forze e che il suo stesso sangue. nel momento in cui veniva sparso sulla terra, la rifecondasse.
La sua natura servile lo poneva d’altro canto al di fuori e al di là della comunità, così come il vischio. pianta parassita. che non nasce dal terreno ma dalla quercia non appartiene né alla terra né al cielo. né all'umano. né al divino.
Spesso d'altronde nelle società antiche o "primitive” proprio gli emarginati, i "diversi" vengono investiti di compiti particolarmente importanti per la comunità: in questo caso garantire la continuità della vita agricola, la fertilità.
Primo Rex Nemorensis, secondo una tradizione che non dovrebbe essere precedente al V sec. a.C. e in particolare alle tragedie euripidee, sarebbe stato Ippolito, figlio di Teseo, re di Atene, e figliastro di Fedra, che quest'ultima accusò ingiustamente di averla insidiata.
Teseo, infuriato, lo avrebbe fatto morire calpestato dai suoi stessi cavalli, fatti imbizzarrire da Poseidone su istigazione di Afrodite.
Riportato in vita da Asclepio, il re medico, per l'intervento di Artemide, cui Ippolito era devoto, fu da questa trasformato in un vecchio, per non venire riconosciuto, e sotto il nuovo nome di Virbio portato a Nemi.
Qui sarebbe vissuto come Rex Nemorensis, dedicando un recinto sacro a Diana, che per questo era chiamata anche con l'appellativo di Virbia (Ovidio, Fasti, III, 262-272; L'arte di amare, I, 259-262; Metamorfosi, XV, 428 ss.; Virgilio, Eneide, VII, 765-782).
Un'altra tradizione (Virgilio, Lucide, VII, 761-764) riporta invece la notizia che Virbio era figlio di Aricia, principessa di Trezene; come si vede comunque si mantiene sempre un'origine greca, probabilmente perché gli stessi latini non sapevano bene come questo mito così complesso si fosse formato.
Il Rex Nemorensis era identificato anche con Giove, cui era sacra la quercia; la sua morte rituale, inizialmente un vero e proprio sacrificio, successivamente dovette trasformarsi in una sorta di duello-spettacolo, che, a partire dal I sec. a.C., si svolgeva nel teatro situato vicino al Santuario.
Il rituale doveva ancora essere in uso agli inizi dell'età imperiale, se dobbiamo dare credito a Svetonio, secondo il quale l'imperatore Caligola (Caligola 37), stanco perché il Rex Nemorensis rimaneva in carica da troppo tempo, gli mandò contro un successore-sicario perché lo uccidese.
La notizia, se vera, è importante perché indica che in età imperiale il culto era ancora praticato e lo stesso potere politico centrale si interessava che se ne mantenesse vivo l'interesse.
Ciò che si evince abbastanza chiaramente da questo culto così particolare è che l'Artemide Taurica a un certo momento, probabilmente verso la fine del VI sec. a.C. o agli inizi di quello seguente, si sovrappose a una precedente Diana latina. a sua volta succeduta ad un'originaria divinità silvestre: è senz'altro verosimile che sia stata importata dalla Grecia e lo stesso viaggio di Oreste altro non è se non la rotta seguita dai commerci greci verso l'Occidente.
Significativa tra l'altro la traslazione, secondo le fonti, del corpo di Oreste da Ariccia a Roma. nel Foro.
Sembrerebbe quasi una "appropriazione" da parte di Roma del culto e delle funzioni della Diana aricina.
E qui occorre appena accennare al fatto che il Santuario di Diana ad Ariccia era anche sede della Lega Latina. disciolta nel 338 a.C.. così come lo era a Roma, sull'Aventino, il Tempio di Diana fondato dal re Servio Tullio nella seconda metà del VI sec. a.C. A quale dei due luoghi di culto spetti la priorità è tuttora materia di discussione.
Essi hanno indubbiamente molti punti in comune: il periodo di fondazione, l'origine straniera (anche la Diana dell'Aventino è importata, identificandosi con l'Artemide Efesina), la presenza degli schiavi (il Tempio dell'Aventino era luogo di asilo per questi ultimi). la valenza politica come sede di una lega di città latine.