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I pozzi del lago

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Opere idrauliche del V secolo a.C.

I pozzi del lago di Nemi

Di Carlo Pavia




I pozzi orizzontali, che per comodità chiameremo in seguito cunicoli, abbondano nel Latium Vetus; sembra che essi siano in numero maggiore di quelli veienti. Hanno sempre la stessa funzione, quella agraria, e si datano, almeno come prima costruzione, al V secolo avanti Cristo.
Va però precisato che mentre i cunicoli dell'Etruria meridionale sono opere di drenaggio con funzione essenzialmente agricola e scavati per potenziare la capacità di una terra scarsa di acque, quelli laziali e specialmente dei Colli Albani, hanno la funzione di pozzi veri e propri sebbene di una forma atipica.
Le uniche zone dell'antico Lazio ove si possa riscontrare la presenza di qualche cunicolo scavato per raccogliere ed incanalare le acque (così come quelli veienti) sono quelle relative al Fosso di Acqua Rossa a Sud della via di Gallicano, a Villa Catana, Albano, Nemi ed Ariccia.
I pozzi abbondano lungo tutti i colli fino ad arrivare a Cisterna, là dove ricompare la pianura.
Tuttavia, noi prenderemo in esame solo l'area prospiciente il Tempio di Diana sul lago di Nemi.
Lungo le falde dell'antico vulcano il sistema oro-idro­grafico appare assai semplice in quanto formato da insenature, nel fondo delle quali scorrono frequenti rigagnoli.
I piccoli fossi, scendendo verso il lago, tendono a riunirsi fino a creare dei fossi maggiori.
Ci interessa in particolar modo il Fosso delle Pozze.
Numerosi sono stati i cunicoli individuati lungo la collina: molti sono rimasti intatti, altri hanno avuto le volte sprofondate per la naturale erosione delle acque, altri ancora sono stati modificati da una sistemazione agricola avvenuta in chissà quale epoca.
Le misure originali sono quasi sempre le stesse: un'altezza di circa 1,80 metri e una larghezza variabile dai 50 ai 90 centimetri. La pianta invece è sempre diversa; può assumere una forma allungata, curvilinea oppure anche a più diramazioni o vani.
Il motivo principale che ha determinato la formazione di tali opere è un veloce smaltimento delle acque che, specialmente in certi periodi dell'anno, potevano creare uno stato di saturazione del suolo anche a causa dei particolari strati impermeabili della faglia sotterranea.
Essi raccoglievano le acque filtranti attraverso il terreno, accelerando in tal modo l'assorbimento al fine di salvaguardare il pendio dai fenomeni di erosione, frane e soprattutto di evitare che la saturazione idrica provocasse danni alle culture.
Ancora oggi avviene quello che si faceva già nel V secolo avanti Cristo: il "drenaggio talpa", così come viene chiamato, è lo scavo nel sottosuolo di canali che vengono lasciati senza rivestimento. L'unica differenza consiste nel diametro, molto inferiore a quello degli antichi cunicoli.
Il sistema cunicolare nella zona del lago di Nemi riguarda essenzialmente le vallecole in prossimità del fos­so maggiore "De le Pozze" il quale tende ad assumere una funzione di recipiente.
Le prime costruzioni, come si è detto, sono del V secolo avanti Cristo ma, viste le continue lotte tra i primi centri arcaici come Lanuvio, Ardea, Pomezia, Velletri e così via, si può ritenere che, sebbene queste non costituissero poi degli ostacoli insormontabili, tuttavia i cunicoli dovet­tero essere certamente in un numero molto limitato.
Nel V secolo avanti Cristo, inoltre, vanno ricordati i numerosi attriti tra Romani e Volsci; occorre altresì tener conto dell'insicurezza delle campagne e dell'instabilità dei possedimenti. Solamente verso la fine del IV secolo avanti Cristo si giunse ad una stabilità politica, allorquando, conclusesi le guerre latine, si arrivò all'invio di coloni (nel 338) e all'apertura della via Appia (312).
Gli stessi lavori che hanno interessato la costruzione della via maestra videro anche le modifiche dei fossi che dovevano inglobare le relative acque nei cunicoli, tutt'ora esistenti, del tutto simili a quelli da noi studiati,
Molti cunicoli sono purtroppo inaccessibili in quanto crollati in tempi diversi.
Il percorso sotterraneo è però rintracciabile e seguibile grazie agli sfiatatoi che sono facilmente identificabili per la vegetazione, del tutto diversa da quella limitrofa.
In alcuni di essi abbiamo anche notato dei rinforzi laterali formati da murature in opera quadrata di tufo e, in qualche caso, accenni di volte.
Ci siamo trovati di fronte, quasi sempre, alla presenza di acque sotterranee e anche alla completa inondazione dei vani ipogei.
L’idea di studiare i pozzi arcaici nacque qualche anno fa, allorquando abitanti della zona ci avevano proposto di controllare alcuni cunicoli sui loro poderi.
La notizia ci incuriosì non poco, anche e soprattutto perché la loro struttura era quella di pozzi orizzontali e non verticali (!).
In un primo sopralluogo analizzammo due cunicoli nella parte alta della collina di Nemi.
Tra arbusti e fitta vegetazione, riuscimmo a scovare le entrate nel tufo della collina. Vi penetrammo.
Il primo cunicolo possedeva due vani quadrangolari e l'altezza rimaneva sempre la stessa, più o meno 1,90 metri.
Di notevole interesse fu lo studio della stratigrafia della roccia.
Tra brillanti e saturi colori fu possibile analizzare la faglia impermeabile che era stata scavata fin nelle viscere della collina. Su questa si ferma ancora oggi l'infiltrazione delle acque che escono dal taglio corrispondente verso il condotto esterno.
Concrezioni sotto forma di piccole stalattiti e stalagmiti si notano ovunque mentre, più o meno a metà della sua altezza, il condotto presenta le tracce dell'antico livello dell'acqua. Notammo nella zona numerosi altri cunicoli, quasi del tutto però crollati.
Il secondo condotto presentava le stesse caratteristiche; la pianta era allungata e si concludeva là dove la faglia accennava ad esaurirsi.
Non abbiamo notato nessun tentativo di scavo laterale alla ricerca di una nuova zona impermeabile.
A ridosso del fosso maggiore, là dove confluivano le acque dei cunicoli, abbiamo riscontrato la presenza, elemento rarissimo perché difficilmente individuabile tra i rovi e i fitti arbusti, del sistema di collegamento tra un pozzo e l'altro.
Una canaletta tagliata sulla parete e completata con tegole in cotto accennava a scendere verso il fosso seguendo un percorso a zig-zag. Le acque fuoriuscenti dai cunicoli venivano raccolte dunque in questi condotti che avevano il compito poi di ingrossare il fosso sottostante.
Le tracce della canaletta si riscontrano in più punti; ora conserva le tegole in cotto, ora sfrutta il taglio effettuato direttamente sulla parete tufacea, ora al contrario presenta le impronte delle tegole stesse (asportate in chissà quale periodo).
Il suo andamento a zig-zag taglia spesso il fosso che scorre al centro delle collinette e, ricollegandosi all'imbocco di altri pozzi, adempie con rigore il suo compito fino a valle.
L'acqua abbonda ovviamente più in basso, là dove abbiamo avuto modo di analizzare altri ambienti, alcuni di essi completamente allagati.
Il Gruppo di Speleologia urbana LU.PA. si è visto dunque impegnato non solo con le tecniche speleologiche ma anche con quelle subacquee.
Nessun pericolo è stato corso ovviamente essendo le acque assolutamente pure e non inquinate.
Durante il secondo sopralluogo abbiamo lavorato esclusivamente su uno dei tanti pozzi completamente inondati.
L'entrata era costituita da una piccola apertura circolare lasciata aperta e modificata per poter comodamente attingere acqua.
Il quarto grado di difficoltà ci ha preoccupati solo nel momento in cui ci calavamo nella stretta canna in cemento del pozzo.
Poi, il buio totale; in un'acqua limpidissima, girandoci su noi stessi, potevamo vedere solo la colonna di luce blu che proveniva dall'alto.
Davanti a noi invece il muro nero delle tenebre.
Iniziammo il sopralluogo dirigendoci a sinistra.
Le lampade subacquee illuminarono subito una tondeggiante colonna intagliata nel tufo della collina.
Nuotammo senza l'ausilio delle pinne per non sollevare sospensioni pericolose intorno al manufatto centrale al fine di analizzarlo da vicino.
Segni di scalpello erano evidenti ovunque, specialmente da una certa altezza fino al soffitto, là dove le acque non avevano corroso le superfici.
Completato il giro ci dirigemmo più a destra rispetto alla fonte luminosa (nostro unico punto di riferimento) dalla quale eravamo entrati.
Di fronte a noi si presentò quasi subito una parete rettilinea; una parete era anche sulla destra mentre, a sinistra, un lungo tunnel.
Le nostre torce, nonostante la loro potenza e l'acqua limpidissima, non riuscivano a penetrare nella profondità dell'ipogeo.
Proseguimmo con eccitazione nella nuova direzione.
Le bolle d'aria si schiacciavano sul soffitto, si allargavano, si riunivano in un movimento vorticoso e casuale, determinato dal nostro avanzare.
Una fioca luce, ora verdognola e ora bluastra, era visibile sulla volta del cunicolo più o meno a metà della sua lunghezza; essa proveniva cer­tamente da uno sfiatatoio sulla collina.
Ci portammo avanti con apprensione per altri 4 o 5 metri.
Violenti lampi provenivano dal mio flash; illuminavano, davanti a me, il cunicolo e, al centro della scena, il collega Roberto Appolloni era alle prese con la sua attrezzatura sub la quale, proprio in quel momento, per una banale quanto pericolosa dimenticanza, lo stava mettendo seriamente in difficoltà.
Stava in pratica perdendo i piombi; la bombola, per giunta, gli si stava sfilando.
In quel buio totale non mi accorsi dell'incidente.
Solo più avanti, quando la parete di fondo chiuse in quel punto il nostro sopralluogo mi resi conto di ciò che gli era capitato e come, con grande maestria, fosse riuscito a cavarsela.
La pianta dell'ipogeo accennava a proseguire solo a sinistra.
Ci si trovava di fronte ad una nuova apertura, molto ampia e ben tagliata nel tufo.
Il livello del pavimento si rialzava notevolmente fino a creare un vano bassissimo, sebbene molto ampio e con pianta quadrangolare.
Sulle pareti erano anelli metallici ancora attaccati e buchi per sorreggere tavolati lignei, testimonianze del riutilizzo plurisecolare dei vani, in un periodo evidentemente in cui le acque si erano ritirate.
Nella zona erano stati ispezionati numerosi altri cunicoli; più se ne studiavano, più se ne trovavano.
Le canalette e le loro direzioni costituiscono l'elemento portante della ricerca: basta seguirle e ci conducono inevitabilmente ad altri pozzi occultati nella fitta boscaglia, ma nella maggior parte crollati.
E' notizia di questi giorni l'esistenza di altri tre cunicoli posti a quote inferiore.
Il proprietario del podere, sempre all'interno del Fosso delle Pozze, ci ha raccontato di vani molto ampi, di tagli atipici e soprattutto di particolari architetture delle volte e della facciata frontale.
Non è da escludere che questo rappresenti l'argomento di un prossimo articolo sui pozzi arcaici del Lago di Nemi.
A sinistra: l'acqua e' pura e limpidissima. I pozzi presentano una pianta a più vani; il tutto completamente e accuratamente intagliato nel tufo della collina
Sotto:particolare di una canaletta. Si nota, nel fondo, l'utilizzo di tegole in cotto. Sono stati individuati, di questa interessante quanto particolare opera idraulica, centinaia di metri
Nella pagina precedente: si esamina la stratigrafia impermeabile di uno dei pozzi a più stanze. Molte di queste opere sono state utilizzate in più epoche e fino ai giorni d'oggi
A sinistra: il settore del Lago di Nemi preso in esame dal G.S.U. LU.PA. riguarda la facciata a monte dell'area sacra di Diana. I punti rossi indicano i pozzi tutt'ora attivi mentre i tratti dello stesso colore le canalette
In basso: l'entrata in uno del pozzi allagati
Nella pagina accanto a sinistra:
pianta di uno dei pozzi del lago di Nemi
Nella pagina accanto a destra: il sopralluogo subacqueo si conclude nel punto in cui la vena acquifera tende ad indebolirsi. La pianta a ramificazione dei pozzi è dipesa soprattutto dalla limitata estensione dello strato impermeabile.


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