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Il mito di Diana

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Il Santuario e il culto di Diana Nemorense nelle fonti antiche


La menzione più antica sul Santuario di Diana a Nemi, definito ancora solo un "lucus", ovvero un bosco sacro, risale alla prima metà del II sec. a.C. e ci viene fornita da Catone il Censore in Origini, 58, riportata dal tardo grammatico Prisciano (in Grammatici, IV, p. 129 H): "Egerio Bebio di Tuscolo, dittatore latino, dedicò uno spiazzo sacro a Diana nel bosco aricino, comune a questi popoli: tuscolano, aricino, lanuvino, laurentino, di Cori, tiburtino, di Pomezia, ardeatino." La stessa citazione è riportata circa quattro secoli dopo da Festo, che però chiama diversamente il dittatore (Festo, p. 128 L): "Mario Egerio consacrò a Nemi uno spiazzo sacro a Diana, da dove provengono molti uomini famosi e ne vennero per molti anni; da cui il proverbio "molti Mani da Aricia". Sinnio Capitone la pensa molto diversamente. Ritiene infatti che significhi turpi e deformi, poiché le persone deformi sono chiamate "Manie"...
Ma furono soprattutto i poeti, specie di età augustea, a subire il fascino suggestivo del luogo sacro e del culto di Diana, legato per un verso ad aspetti feroci (la successione cruenta del Rex Nemorensis), per altri a una romantica storia d'amore (Diana e Virbio). Properzio, poeta di età augustea, in una sua elegia (Il, 32, 10) ci parla dell'usanza da parte delle donne di portare fiaccole accese al bosco di Diana, evidentemente in occasione del giorno a lei sacro, le Idi di Agosto. Così Ovidio nell'Arte di amare I, 259-262, descrive il sito: "Ecco il tempio di Diana, nel bosco a lei sacro vicino a Roma e il potere sacerdotale ottenuto per mezzo delle spade con mano assassina; la dea, perché è vergine, perché detesta le frecce d'Amore, ha dato molte ferite e molte ne darà al suo popolo" (trad. di A. Della Casa, ed. UTET, Torino 1982).
Lo stesso autore nei Fasti, III, 262-272, così rievoca il luogo e il feroce culto: "Chi mi racconterà perché i Salii portano le armi divine di Marte e cantano di Mercurio? Dimmi, o ninfa, chi si aggira nel bosco e nel lago di Diana: tu, o ninfa, coniuge di Numa,raccontami le tue azioni! Nella valle di Ariccia è un lago circondato da una selva oscura, sacro per un'antica religione. Qui giace Ippolito fatto a pezzi degli zoccoli dei suoi stessi cavalli; per questo in quel bosco è loro interdetto l'accesso. Il lungo recinto è adornato con drappi appesi e molte tavole attestano i meriti della dea. Spesso donne i cui voti sono stati esauditi portano da Roma torce accese, con ghirlande fra i capelli. Il potere è tenuto da chi è forte di mano e veloce di piede, e ciascuno muore così come ha ucciso
Ancora Ovidio nelle Metamorfosi (XV, 488 ss.), parlando del dolore della ninfa Egeria per la morte di Numa Pompilio, ci dà una delle descrizioni più accurate del mito di
Ippolito-Virbio: "Infatti la coniuge (Egeria), abbandonata la città, cerca rifugio nelle dense selve della valle aricina e con i suoi pianti e lamenti impedisce il culto di Diana portato da Oreste. Quante volte le ninfe del bosco e del lago cercarono di dissuaderla e di consolarla! Quante volte, mentre piangeva, il figlio di Teseo le disse: "Trattieni le lacrime! Non solo tua è la sfortuna. Considera anche le disgrazie degli altri: sopporterai meglio le tue! Certo le mie sventure non possono, esse sole, sollevare il tuo cuore do­lente, ma ascoltale comunque. Sarà giunta alle tue orecchie la storia di un certo Ippolito che morì per la crudeltà del padre, a causa della menzogna di una matrigna scellerata: ti meraviglierai di ciò che dico, né io posso dimostrartelo facilmente, ma quell'uomo sono io. Un giorno la figlia di Pasifae (Fedra) tentò invano di persuadermi a tradire il letto del padre; essendomi opposto a ciò che lei bramava, per paura che io la denunciassi o per l'umiliazione di essere stata rifiutata, ella riversò su di me la colpa e, benché innocente, fui cacciato via dalla città da mio padre, accompagnato dalla sua maledizione. Mentre mi avviavo sul mio carro verso Trezene, città di Pitteo, e già stavo attraversando la riva del golfo di Corinto, il mare si gonfiò, raggiungendo l'altezza delle montagne e rumoreggiando con muggiti. Poi la sommità sembrò spaccarsi e ne uscì un toro cornuto, che irruppe dal mare, sollevandosi verso il cielo, fino a quando il suo torace fu libero dalle onde, vomitando acqua dalle narici e dalla bocca spalancata. I miei compagni erano terrorizzati, mentre io, immerso nei pensieri del mio esilio, ri­masi impassibile: quando d'improvviso i miei cavalli, imbizzarriti, si voltarono verso il mare, drizzando le orecchie presi da terrore alla vista del mostro e precipitarono il carro sui ripidi scogli.
Invano tentai di tirare le redini, spruzzate di bianca spuma e cadendo riverso tendevo le briglie ormai lente. Il furore dei cavalli non sarebbe stato superiore alle mie forze, ma la ruota, che gira intorno a un asse continuo, sbatté contro un tronco, si ruppe e volò via. Venni scagliato via dal carro. ma i miei arti rimasero impigliati alle briglie. le mie carni vennero trascinate, mentre i muscoli erano bloccati dal tronco: parte del mio corpo fu strappata via, parte fu trattenuta. Le ossa rotte emettevano suoni sinistri e avresti potuto vedere l'anima prostrata spirare: nessuna parte del corpo era più riconoscibile, tutto era stato squarciato. Puoi dunque tu. o ninfa. paragonare le tue sventure alle mie? Ho visto i regni privi di luce e ho bagnato il mio corpo lacerato nelle acque del Flegetonte, né sarei tornato alla vita senza i validi rimedi del figlio di Apollo. Essa mi fu restituita grazie alle sue potenti erbe e all'aiuto di Peonia: ma questo era contra­rio alla volontà di Dite. E così, affinché la mia vista non aumentasse il suo rancore. Cinzia (Diana) mi avvolse in una densa nube: poi. per salvarmi e rendermi di nuovo visibile senza pericolo, mi invecchiò e rese irriconoscibile il mio aspetto. A lungo fu incerta se trasferirmi a Creta o a Delo, ma scartò entrambi i luoghi e mi mandò qui. Allo stesso tempo mi ordinò di deporre un nome che evocava la memoria dei cavalli e mi disse: "Tu che fosti Ippolito, ora sarai Virbio!". da allora io ho vissuto in questo bosco come una divinità minore, nascosto e protetto dal suo potere superiore, al quale sono associato."
Tuttavia le disgrazie di un altro non riuscirono ad alleviare il dolore di Egeria; prostrata ai piedi dei monti, ella si scioglieva in lacrime, fino a quando la sorella di Febo, impietosita dalla devozione dell'inconsolabile moglie, trasformò il suo corpo in una sorgente gelida e dissolse i suoi arti in acque perenni."
Negli stessi anni Orazio nei Carmi, I, XXI, canta la dea con versi suggestivi: "Diana, o vergini tenere / il vostro canto esalti; / e il vostro al Cyntio sorga / d'alta chioma, o fanciulli, / e a Latona, di Giove / supremo, intimo amore. / Voi la dea che s'allieta / dei fiumi e delle cime / di quanti alberi sorgono / dall'Algido nevoso / e dalle selve nere / dall'Erimanto o dalle / creste verdi del Grago / lodate; e Tempe e Delo / patria dell'Apollo e l'omero / della fraterna lira / ornato e di faretra..." (trad. di E. Cetrangolo, ed. Sansoni, Firenze 1968).
E lo stesso autore nel Carme Secolare (69-72), dedicato ad Apollo e Diana nel terzo e ultimo giorno dei Ludi Secolari, rievoca la divinità e i due luoghi di culto principali:

"E Diana, che abita l'Algido e l'Aventino / prende a cuore dei Quindecemviri le preci / e porge benignamente orecchio amico ai voti dei giovanetti." (trad. di E. Cetrangolo, ed. Sansoni, Firenze 1968): Diversa la versione del mito fornita da Virgilio nell'Eneide, VII, 761-782:
"Moveva a guerra anche il figlio di Ippolito Virbio bellissimo, che Aricia, la madre, adorno mandò, cresciuto nei boschi d'Egeria, intorno all'umide rive, dov'è ricca e propizia un'ara sacra a Diana.
Dicono infatti che Ippolito, poi che peri per le mene della matrigna, col sangue pagò l'ira del padre, squartato dai cavalli impauriti, di nuovo alle stelle eterie tornò, all'aria di sopra e al cielo, risuscitato dall'erbe peonie e dall'amor di Diana.
Ma il padre onnipotente si sdegnò che dall'ombre inferne un mortale tornasse alla luce e alla vita, e lui stesso col fulmine precipitò l'inventore d'una tal medicina, il figlio di Febo, nell'onde di Stige.
Ma Trivia nascose Ippolito in luoghi segreti, pietosa, al bosco e alla ninfa Egeria legandolo, che là, solo, ignoto, nell'itale selve vivesse, e cambiasse anche il nome, e Virbio fosse.
Per questo, dal tempo di Trivia, dal bosco a lei sacro, si tengon lontano i cavalli dallo zoccolo solido, che rovesciarono e giovane e carro sul lido, dai mostri marini sgomenti.
E nondimeno il figliolo ardenti pel piano frustava i cavalli e a guerra sul cocchio correva".
(Trad. di R. Calzecchi Onesti, ed. Mondadori, Cles 1976)
Stazio, autore latino della seconda metà del I sec. d. C., ci fornisce una versione poeti­ca del culto (Selve, III, I, 50-60):
"Dimmi dunque, Calliope, quando trae le sue origini questo Santuario?

Parlami e all'unisono con te Alcide tenderà il suo arco e farà eco al tuo canto. Era la stagione in cui gli astri bruciano più ardentemente la terra e Sino focoso, colpito dalla pienezza della forza del Sole, incendia i campi anelanti. Il giorno nasceva sul bosco di Aricia, che accoglie i fuggiaschi come re, spettrale per il fumo delle torce, e il lago, che conosce la storia di Ippolito, splendeva per la luce delle molte fiaccole. La stessa Diana incorona i cani più meritevoli e monda le spighe e lascia andare libere e sicure le fiere e l'itala terra festeggia con altari puri le idi di Ecate."
Meno poetiche, ma più precise nella descrizione del sito e del rituale, nonché sull'origine di questo, le testimonianze di due grandi viaggiatori greci: Strabone e Pausania.
Il primo, vissuto in età augustea, così riporta nel suo testo prezioso, anche se talvolta impreciso, per la conoscenza di molti luoghi antichi: "... Sulla sinistra della via (Appia) per chi sale da Aricia, c'è il santuario di Artemide, che chiamano "Nemus". Dicono che il tempio di Artemide Aricina sia una copia di quello di Artemide Tauropolos e, infatti, nei riti predomina un elemento barbarico e scitico. Come sacerdote del tempio viene infatti preposto uno schiavo fuggitivo, che abbia ucciso di sua mano il sacerdote precedentemente in carica: perciò è sempre armato di una spada e si guarda intorno dagli at­tacchi, pronto a difendersi. Il tempio è situato in un bosco sacro, davanti al quale c'è un lago profondo come il mare. Tutt'intorno le montagne formano un cerchio ininterrotto ed assai elevato che abbraccia anche il tempio e l'acqua in un luogo incavato e profondo. Si possono dunque vedere le fonti da cui è alimentato il lago, fra le quali ce n'è una chiamata Egeria, eponimo di una qualche divinità; non si vedono gli emissari del lago che sono invece visibili lontano rispetto al luogo in cui vengono in superficie."
(Strabone, Geografia, V, 12, trad. di A. M. Biraschi, ed. Rizzoli, Milano 1988)

Due secoli più tardi un altro grande viaggiatore ed erudito dell'antichità, Pausania, così parla dello strano rituale che aveva luogo presso il lago di Aricia: "Separata dalle altre c'è una pietra che dichiara che Ippolito dedicò venti cavalli al dio. Gli Aricini raccontano una leggenda che si accorda con questa descrizione, che quando Ippolito fu ucciso per volere di Teseo, Asclepio lo resuscitò dalla morte. Nel tornare alla vita egli rifiutò di perdonare suo padre; ricusando le sue preghiere venne presso gli Aricini in Italia. Lì egli divenne re e dedicò un recinto ad Artemide, dove ancora ai miei tempi il prezzo per il vincitore in duello era il sacerdozio della divinità. La contesa non era aperta ad uomini liberi, ma solo a schiavi fuggiti dai loro padroni".
(Pausania, Descrizione, Il, 27, 4)

Importante, ai fini storici, il riferimento che l'autore fa circa la sopravvivenza di questo inusuale rito ancora ai suoi tempi (Il sec. d.C.).
Che probabilmente lo stesso potere politico avesse favorito il perpetuarsi del culto della Diana Nemorense e del rituale ad esso connesso, sembra peraltro confermato dalla notizia di Svetonio, che nella biografia di Caligola (Caligola 37), riferisce: "Al preposto ai sacrifici di Diana Aricina (Rex Nemo,e,isis), perché già da molti anni esercitava la carica, oppose un competitore più vigoroso di lui." Più che una delle solite stranezze attribuite all'imperatore sembrerebbe trattarsi proprio di un rinnovato interesse del potere centrale per un culto rimasto ancora vitale. E' al grammatico Servio, commentatore tardo di Virgilio, che si deve il poetico attributo di "specchio di Diana" al lago di Nemi (Eneide, VII, 515). La notizia riportata da lui (Eneide Il, 116) che le ossa di Oreste, colui che portò il culto dell'Artemide Taurica a Nemi-Ariccia, alla sua morte vennero traslate al Foro Romano, potrebbe interpretarsi nel senso di una priorità del culto di Diana Nemorense su quello di Diana Aventinese.
Quanto al passo di Igino, autore latino del I sec. d.C., (Favole, 261) che "poiché ai Romani non piaceva la crudeltà del culto, in quanto esigeva il sacrificio di schiavi, la Diana (Taurica) fu trasferita a Sparta", esso sembrerebbe indicare una rinnovata "latinità" della Diana Nemorense, liberata dalle successive connotazioni che le derivavano dalla sovrapposizione della sua omologa greca, che aveva molte somiglianze proprio con l'Artemide Orthia di Sparta.

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