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Il ramo d'oro
"..... Nascosto entro un albero
ombroso c'è un ramo, d'oro le foglie e la verga flessibile, sacro all'inferna Giunone: e tutto il bosco lo copre, entro le oscure convalli protetto lo tengono l'ombre.
Ma non prima è concesso scendere sotto la terra che si sia colto dall'albero l'auricomo ramo.
Strappalo via, con la mano: da solo verrà, sarà facile se i fati ti chiamano; se no, né con forza nessuna, né con il duro ferro piegarlo o stroncano potrai."
(Virgilio, Eneide, VI, 136-144; trad. R. Calzecchi Onesti, Cles 1976).
Con queste parole la Sibilla Cumana risponde ad Enea che le chiede consiglio per scendere all'Averno e ritrovare l'ombra del padre Anchise: l'impresa, impossibile per qualsiasi mortale, sarà realizzabile solo grazie ad un "viatico": un ramo di vischio, pianta parassita, che seccando diventa dorato e che non appartiene né alla terra, né al cielo, perché cresce su un'altra pianta (la quercia o il leccio) e proprio per questo era considerata sacra, dagli antichi.
Questo passo di Virgilio, altamente suggestivo, ispirò un noto quadro del pittore inglese William Turner, che rappresentava il lago d'Averno, dalle cui sponde sarebbe iniziato il viaggio di Enea agli Inferi e che si intitolava appunto Il ramo d'oro Alcuni decenni più tardi (1890) Sir James G. Frazer dava lo stesso nome a quella che può essere a buon diritto considerata una pietra miliare nella storia delle religioni e nell'antropologia, identificando il lago rappresentato con quello di Nemi e il ramo d'oro o vischio con lo stesso che il re-sacerdote di Diana doveva strappare per sfidare (e possibilmente vincere) il suo predecessore.
Partendo dalle rive del lago di Nemi l'autore compie un excursus attraverso le usanze di alcuni popoli "primitivi", cercando correlazioni e somiglianze, secondo il metodo comparativo imperante nella cultura positivista della seconda metà del secolo scorso.
La prima edizione in due volumi, uscita nel 1890, venne accolta da commenti entusiastici (gli inglesi, non senza un certo spirito nazionalista, la definirono "la Bibbia dei tempi moderni"); successive ricerche e integrazioni portarono, tra il 1911 e il ‘15 alla definitiva edizione in dodici volumi, di cui nel 1922 lo stesso Frazer pubblicò un'edizione ridotta, che è tutt'ora quella più diffusa.
Anche se molte affermazioni contenute nell'opera sono indiscutibilmente superate, il "Ramo d'oro" costituisce tuttora un testo affascinante, misto di etnologia, storia delle religioni, ma anche di letteratura e poesia, indispensabile per chiunque sia interessato alla mitologia non solo classica.
Leggiamo con quali parole l'autore ci accompagna nel mondo magico del mito: "Nel recinto del santuario di Nemi cresceva un albero da cui non era lecito spezzare alcun ramo. Soltanto uno schiavo fuggitivo, se ci fosse riuscito, poteva spezzarne uno. In questo caso egli aveva il diritto di battersi col sacerdote, e, se l'uccideva, regnava in sua vece col titolo di re del bosco, rex nemorensis.
Secondo l'opinione degli antichi, questo ramo fatale s'identificava con quel ramo d'oro che Enea colse per invito della Sibilla prima di accingersi al suo periglioso viaggio nel regno dei morti.
Si credeva che la fuga dello schiavo rappresentasse la fuga di Oreste e che il combattimento col sacerdote fosse una reminiscenza dei sacrifici umani offerti un giorno alla Diana Taurica.
Questa regola di successione per mezzo della spada veniva ancora osservata nei tempi imperiali; infatti Caligola, tra gli altri capricci, pensando che il sacerdote di Nemi avesse tenuto troppo a lungo il suo ufficio, pagò un più robusto sgherro perché l'uccidesse." (J. G. Frazer, il romo d'oro, Torino 1973, p. 10, trad. L. De Bosis) "Nei tempi antichi questo paesaggio silvano era la scena di una strana e ricorrente tragedia.
Sulla sponda settentrionale del lago. proprio sotto gli scoscesi dirupi su cui si annida il moderno villaggio di Nemi si ergeva il sacro bosco e il santuario di Diana Nemorensis, la Diana del bosco... In questo bosco sacro cresceva un albero intorno a cui in ogni momento del giorno. e probabilmente anche a notte inoltrata, si poteva vedere aggirarsi una truce figura.
Nella destra teneva una spada sguainata e si guardava continuamente d'attorno come se temesse a ogni istante di essere assalito da qualche nemico.
Quest'uomo era un sacerdote e un omicida: e quegli da cui si guardava doveva prima o poi trucidarlo e ottenere il sacerdozio in sua vece.
Era questa la regola del santuario: un candidato al sacerdozio poteva prenderne l'ufficio uccidendo il sacerdote, e avendolo ucciso, restava in carica finché non fosse stato ucciso a sua volta da uno più forte o più astuto di lui.
L’ufficio tenuto in condizioni così precarie gli dava il titolo di re: ma certo nessuna testa regale riposò tra maggiori inquietudini. né fu mai turbata da più diabolici sogni.
Anno per anno, d'estate o d'inverno, col tempo buono o con la bufera egli doveva proseguire la sua solitaria vigilia, e se cedeva a un tormentato sonno lo faceva a rischio della sua vita.
Una diminuita vigilanza, la più piccola diminuzione nella forza delle sue membra o della destrezza della sua guardia, lo metteva nel più grave pericolo; l'imbiancarsi dei suoi capelli poteva segnare la sua condanna a morte... Ai miti e pii pellegrini di quel santuario sembrava certo che il solo suo aspetto oscurasse la bellezza di quel paesaggio, come quando una nuvola, in un giorno di luce, copra a un tratto il sole.
L’azzurro fantastico del cielo italico, l'ombra gaia del bosco e lo scintillare dell'onda mal s'accordavano con quella cupa e sinistra figura.
Meglio possiamo raffigurarci la scena come poté apparire a qualche viandante sorpreso dalle tenebre in una di quelle selvagge notti d'autunno, quando le foglie morte cadono dense e sembra che i venti cantino il lamento funebre sull'anno che muore.
Ecco veramente una cupa visione, accompagnata da una malinconica musica; lo sfondo nero della foresta, che spicca contro il cupo e tempestoso cielo, il sospirar dei venti tra i rami, il fruscio delle foglie morte sotto i piedi, il lambire dell'acqua gelida contro la sponda, e, in primo piano, una tenebrosa figura che si aggira a gran passi, su e giù, ora nell'ombra e or nella luce, con un lampeggiar d'acciaio sopra la spalla, quando la luna pallida, tra nube e nube, l'illumina, tra l'intrico dei rami." (Ibid., pp. 7-8).